domenica 10 maggio 2015

Adolescenti: come aprire il dialogo



La parola adolescenza evoca nella mente dei più una fase evolutiva “temuta” dai genitori che cercano di prepararsi presto ad affrontare questa tappa. Ma l’adolescenza è per forza sinonimo di difficoltà?
Le immagini che spesso vengono evocate dai genitori riguardano giovani svogliati, pigri, che passano delle ore davanti alla tv o davanti ad un pc e anche un po’ narcisisti. Ragazzi che a volte si arrabbiano, si “trasformano” facendo richieste pretenziose e rivendicano il non sentirsi capiti da mamma e papà. Anche i mass media spesso puntano l’attenzione sugli adolescenti per segnalare i comportamenti a rischio o per mettere in prima pagina fatti di cronaca legati a bullismo o agiti negativi, sollecitando così nei genitori il bisogno di  proteggere i ragazzi.
Tutto questo perdendo di vista che l’adolescenza, si configura come un’età di svincolo e di formazione della propria identità e come una tappa di sviluppo in cui di norma vengono messi in atto dei comportamenti a rischio e si commettono errori.
Questa definizione aiuta anche a ridimensionare l’ottica con cui si è cercato di prevenire i comportamenti a rischio: i ragazzi hanno bisogno di conoscere i propri confini, di sperimentarsi, di sbagliare. In questo gli adulti non possono essere né sicuri protettori dai potenziali pericoli né spettatori inermi: trovare il giusto equilibrio può non essere facile, ma è importante partire dalla prospettiva dei ragazzi.
Un ragazzo adolescente si sta sperimentando per la prima volta nella sua vita in molti ambiti: cambia il suo aspetto fisico, cambia il suo modo di sentire il mondo e di sentire se stesso nel mondo, incomincia a poter davvero scegliere qualcosa per sé (gli amici, la scuola, l’attività extra-scolastica..); fino a quell’età tutto era stato deciso da mamma e papà e anche loro, ora, devono prepararsi ad un cambio di prospettiva e trovare una nuova modalità di interazione.
Come orientarsi per stabilire un dialogo con i ragazzi?
In tempi di crisi, in cui i genitori si preoccupano di lavoro e carriera, il rischio è che si interfaccino ai ragazzi con uno sguardo legato alla loro esperienza passata, ancorati alle loro “certezze”, frutto di un passato in cui esisteva il mito del posto di lavoro fisso, ben retribuito in cui poter far carriera. Con questa lente il pericolo è di ancorare il dialogo sul futuro dei ragazzi all’economia, e, guardando solo all’economia, si rischia di produrre cinici.
Allo stesso tempo la propria esperienza passata non può diventare il metro di misura per valutare il benessere dei ragazzi o le loro prospettive: la realtà è che il momento storico che vivono gli adolescenti è diverso da quello vissuto dai propri genitori; basta pensare che nascono immersi nelle tecnologie, che i loro nonni reputavano spesso “una perdita di tempo”, mentre ora la lavagna a scuola si chiama LIM e proprio grazie a questi strumenti si aprono per loro nuove possibilità di lavoro, si comunica da un continente all’altro gratuitamente, si imparano le lingue.
Allora è importante aprire il dialogo con i ragazzi partendo da una realtà: del futuro non possiamo sapere nulla, non ci sono certezze, è una realtà da esplorare; quello che i genitori possono scegliere è dove stare, mentre i figli esplorano.
Ed ecco che emergono i dubbi sul proprio ruolo genitoriale: meglio lo stile autoritario, normativo, che detta le regole o lo stile permissivo, un po’ friendly, come se fossimo i migliori amici di nostro figlio? Come sempre i due estremi rischiano di essere inefficaci con dei ragazzi che si muovono lungo una dimensione di cambiamento continuo, alla ricerca della propria identità.
I ragazzi hanno bisogno di avere accanto mamma e papà, anche per ricevere dei confini e delle regole, ma soprattutto per essere sostenuti e per avere una “base sicura” a cui appoggiarsi
 nel caso in cui abbiano dubbi o richieste che non possono, e non devono, trovare una risposta semplicemente digitando la domanda su “google”.
Sperimentare significa mettere in conto che si corrano dei rischi e si commettano degli errori. E allora come genitori è bene chiedersi: quanto siamo disposti a tollerare che abbiano degli spazi personali, che noi non controlliamo completamente o a farli sbagliare mettendo da parte il mito del figlio “bravo”?